Tre poesie per aprile, Quasimodo, Penna, Anedda. Variazioni sul tema.

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I

Ed ecco sul tronco
si rompono gemme: 
un verde più nuovo dell'erba
che il cuore riposa:
il tronco pareva già morto,
piegato sul botro.
E tutto mi sa di miracolo;
e sono quell'acqua di nube
che oggi rispecchia nei fossi
più azzurro il suo pezzo di cielo,
quel verde che spacca la scorza
che pure stanotte non c'era.

- Salvatore Quasimodo - 


II

Sotto il cielo d'aprile la mia pace
è incerta. I verdi chiari ora si muovono
sotto il vento a capriccio. Ancora 
dormono
l'acque ma, sembra, come ad occhi aperti.
Ragazzi corrono sull'erba, e pare
che li disperda il vento. Ma disperso
solo è il mio cuore cui rimane un lampo
vivido (oh giovinezza) delle loro
bianche camicie stampate sul verde.

- Sandro Penna - 


III

Scrivere una poesia: respirare
l'aria tra la notte e il giorno
e insieme a loro tra gli alberi
quasi venisse sulla punta di ogni foglia
un tintinnìo di brina un tepore
l'inizio confuso di una frase
che strisciando mi scaccia
depone oggetti, basse note
tremando leggermente
fa del mio guscio un cielo.

- Antonella Anedda - 


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Buon inizio di primavera.

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Oggi e’ la giornata mondiale della Poesia. Ma accadono anche altre cose, oltre la poesia. I quotidiani ne sono pieni. Purtroppo. Eppure, con ostinazione è necessario continuare a saper guardare quanto di bello ci sia al mondo, accanto a noi, nutrire con essa ogni rivolo di animo. Buona Poesia, sempre!

 

Il mattino fa
premesse che poi il sole
nutre: corolle.

– Pierpaolo Annunziata –

Preludio di primavera. In esterno ed interno.

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Si schiude suadente
all’impeto del sole
una prima calla:
cristallo oracolare
tra le mani del mondo.

La tua voce procede
lungo onde di bene e male
dalle periferie dell’ansia:
fuoco sotterraneo che traspare
in ogni screzio d’umore.

Una lampada sospesa
distribuisce luce
per la stanza, l’atlante
del tuo corpo è una storia
dell’epoca moderna.

– Pierpaolo Annunziata –

 

46P/Wirtnanen (La cometa di Natale)

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Guardiamo alto nel cielo

come suggerisce lo strillo

del quotidiano – segue

a pagina 3 il consiglio

di aguzzare la vista

tra le Pleiadi e un vuoto di luce –

il respiro d’inverno

è fabbro di una voce

segreta nell’attesa

che reitera il ricordo

dell’infanzia, il fiato

sospeso all’annuncio:

l’idolo che si fa corpo

induce al mestiere dell’umano.

Pierpaolo Annunziata

Buon Natale a tutti!

COME OMBRA CHE DECLINA di Antonio Muñoz Molina e il fermento dell’editoria indipendente

Consigli per lettori attenti.

VITA DA EDITOR

libriUn invito a leggere Come ombra che declina di Antonio Muñoz Molina e altre opere che difficilmente spiccano in libreria

Nonostante la difficoltà di raggiungere non solo il pubblico ma anche l’attenzione della critica tradizionale, l’editoria indipendente italiana continua a dimostrare una vitalità sorprendente, di cui purtroppo sembrano dar conto soprattutto gli appassionati che gratuitamente scrivono recensioni online: a loro pare essere stata demandata la scoperta delle opere più interessanti, anche se meno chiacchierate, e forse non è allora un caso che le segnalazioni più o meno direttamente “sponsorizzate” su riviste e sporadicamente nelle trasmissioni televisive ormai non smuovano che poche copie attraverso i diversi canali di vendita.

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L’alba meridionale. Pier Paolo Pasolini. In memoriam

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02-Autorretrat-1965

 

Torno, ritrovo il fenomeno della fuga

del capitale, l’epifenomeno (infimo)

dell’avanguardia. La polizia tributaria

(quasi accertamento filosofia)

sugli incartamenti di un poeta)

fruga in quel fatto privato che sono i soldi,

contaminati da carità, dolenti

di inspiegabili consunzioni, e pieni

di senso di colpa, come il corpo da ragazzi:

però con mia gongolante leggerezza perché qua,

non c’è da accertare nulla, se non la mia ingenuità.

Torno, e trovo milioni di uomini occupati

soltanto a vivere come barbari discesi

da poco su una terra felice, estranei

ad essa, e suoi possessori. Così nella vigilia

della Preistoria che a tutto ciò darà senso,

riprendo a Roma le mie abitudini

di bestia ferita, che guarda negli occhi,

godendo del morire, i suoi feritori…

Torno… e una sera il mondo è nuovo,
una sera in cui non accade nulla – solo,
corro in macchina – e guardo in fondo
all’azzurro le case del Prenestino –
le guardo, non me ne accorgo, e invece,
quest’immagine di case popolari
dentrol’azzurro della sera, deve
restarmi come un’immagine del mondo
(davvero chiedono gli uomini altro che vivere?)
– case qui piccole, muffite, di crosta bianca,
là alte, quasi palazzi, isole color terra,
galleggianti nel fumo che le fa stupende,
sopra vuoti di strade infossate, non finite,
nel fango, sterri abbandonati, e resti
d’orti con le loro siepi – tutto tacendo
come per notturna pace, nel giorno. E gli uomini
che vivono in quest’ora al Prenestino
sono affogati anch’essi in quelle strie
sognanti di celeste con sognanti lumi
– quasi in un crepuscolo che mai
si debba fare notte – quasi consci,
in attesa di un tram, alle finestre,
che Fora vera dell’uomo è l’agonia –
e lieti, quasi, di ciò, coi loro piccoli,
i loro guai, la loro eterna sera –
ah, grazia esistenziale degli uomini,
vita che si svolge, solo, come vera,
in un paesaggio dove ogni corpo è solo
una realtà lontana, un povero innocente.

Torno, e mi trovo, prima d’un appuntamento
da Carlo o Cartone, da Nino a Via Rasella
o da Nino a Via Borgognone in una zona
oggetto di mie sole frequentazioni…
Due o tre tram e migliaia di fratelli
(col bar luccicante sullo spiazzo,
e il dolore, spento nelle coscienze italiane,
d’essere poveri, il dolore del ritorno a casa,
nel fango, sotto nuove catene di palazzi)
che lottano, si colpiscono, si odiano tra loro,
per la meta di un gradino sul tram, nel buio,
nella sera che li ignora, perduti in un caos
che il solo fatto d’appartenere a un rione remoto
lo delude nel suo essere una cosa reale.
Io mi ritrovo il vecchio cuore, e pago
il tributo ad esso, con lacrime
ricacciate, odiate, e nella bocca
le parole della bandiera rossa,
le parole che ogni uomo sa, e sa far tacere.
Nulla è mutato! siamo ancora negli Anni Cinquanta!
siamo negli Anni Quaranta! prendete le armi!
Ma la sera è più forte di ogni dolore.
Piano piano i due tre tram la vincono
sulle migliaia di operai, lo spiazzo
è quello dei dopocena, sul fango, sereno,
brilla il chiaro d’una baracca di biliardi,
la poca gente fa la coda, nel vento
di scirocco di una sera del Mille, aspettando
il suo tram che la porti alla buia borgata.
La Rivoluzione non è che un sentimento.

– Pier Paolo Pasolini-

da  Poesia in forma di rosa (1961-1964), Garzanti, Milano 1964.

Per l’immagine: http://neuramagazine.com/pasolini-roma-esposizione-itinerante/02-autorretrat-1965/