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Leggendo leggendo, mi sono imbattuto in questa poesia. L’ho trovata struggente e dura nella sua eleganza formale, evocativa di una realtà che troppo spesso osserviamo con superficialità. Buona lettura!

 

La fuga

Il rumore del popolo vaniva
allo strèpere del treno. Le madri,
i padri con i figli si accalcavano
alle barche. Non c’era più timore
tra di loro; bramavano soltanto
penetrare sulle luride zattere
adatte per i porci. Si pestavano.
L’umanità spariva. I genitori
premevano le braccia sopra i corpi
indifesi dei figli. Dalle bocche
usciva un po’ grigiastro (come quando
si agita il vento nelle forre e porta
in alto il turbinio) un fumo denso.
E si era aperto il mare. Là accalcati
gemiti umani defilati ai venti
zuppati di salmastri e di miraggi.
Era il fiottìo dell’onde ormai affidato
alle mani grecali. La speranza
era la fuga. Si pensava di certo
ad un paese nuovo
che offrisse quel motivo sacrosanto
di vivere di pace e di lavoro.
Lasciavano alle spalle quei natali
d’odio e d’eccidio di anni in cui il regime
aveva reso vano ogni pur minimo
valore di esistenza. Più la patria,
più la terra degli avi o un solo lembo
di cielo, d’orto, o di giardino che
ricordasse qualcosa della verde
giovinezza o della veneranda
vecchiaia, permaneva. Solo brama
di fuga. Solamente antiche voglie
di rinverdire libertà sognate
anche a rischio di morte o peggio ancora
di morte della prole, li spingevano
su quel mare turbato dalle grida
di speranza, di dolore e di sgomento
su fuscelli di legno. E venne terra.
Terra amara di scogli dove le onde
divelsero le mani abbarbicate
alle livide sponde. Dove i flutti,
con irruenza, spesso si prendevano
solo i corpi di carne. Ormai gli spiriti
avevano di già varcato i limiti
tra sogno e realtà, tra turbamento
e pace. Dai relitti
si vide uscire un volo di falcate.
Saranno stati angeli.
Ma forse solamente dei gabbiani
nelle sembianze uguali a stormi d’anime.

– Nazario Pardini –

Da “Si aggirava nei boschi una fanciulla”. Casa Editrice ETS. Pisa. 2000

 

 

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