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drummond

Così delicati (più di un arbusto) e corrono
e corrono da una parte all’altra, sempre dimentichi
di qualcosa. Certamente manca loro
non so quale essenziale attributo, sebbene si mostrino nobili
e gravi, a volte. Ah, spaventosamente gravi,
quasi sinistri. Poveretti, si direbbe che non intendano
né il canto dell’aria né i segreti del fieno,
così come sembra non discernano ciò che è visibile
e comune a ciascuno di noi nello spazio. E si fanno tristi,
e sulla spinta della tristezza arrivano alla crudeltà.
Tutta la loro espressione dimora negli occhi – e si perde
a un semplice abbassare di ciglia, a un’ombra.
Niente nei peli, nelle membra di inconcepibile fragilità,
e quanto poco cumulo c’è in loro,
e che secchezza, e che rientranze, e che
impossibilità di organizzarsi in forme calme,
permanenti e necessarie. Hanno, forse,
una certa grazia malinconica (un attimo) e con questo si fanno
perdonare l’agitazione scomoda e il traslucido
vuoto interiore che li rende così poveri e bisognosi
di emettere suoni assurdi e agonici: desiderio, amore, gelosia
(che ne sappiamo noi?), suoni che vanno in pezzi e cadono nel campo
come pietre afflitte e bruciano l’erba e l’acqua,
e difficile, dopo di ciò, è ruminare la nostra verità.

– Carlos Drummond de Andrade –

(Un bove vede gli uomini, da “Chiaro enigma”, pag.81)

–  Traduzione di Antonio Tabucchi, da Sentimento del mondo,  Einaudi, 1987. –

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