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“Un mormorio. Brandelli di sogno. Secchi colpi d’ali. Chi è che parla? Grigi uccelli migratori girano intorno a una torre scura, stridono rochi richiami, canti in lingue incomprensibili. Le loro traiettorie tracciano disegni irregolari, organici, sopra la palude e la landa e lo specchio del fiume e dei canali. Oppure quel sussurrio scaturisce dalla marea dell’aurora che sale inarrestabile, si insinua fin dentro la stanza, incerta se sia già venuto il suo tempo?
Vogeler si alza dal letto, indossa la vestaglia blu notte, per metà kimono giapponese e per metà nobile veste medievale. Ne ha ideato lui stesso il ricamo, una coppia di usignoli che accostano i becchi nel folto dei rovi, così come ha ideata ogni altra cosa che Iì lo circonda, dal grande letto di betulla lucidata alle lampade, i candelabri e le tappezzerie, fino alla commode dipinta in bianco opaco. In tutta la casa, dal colmo del tetto fino alle cantine per i vini, non c’è stanza né quasi oggetto che non abbia elaborato o modellato lui, e a cui non abbia dato forma di persona e sistemato e arrangiato in maniera tale da corrispondere alle sue convinzioni e idee, fantasie e desideri.”

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Klaus Modick, Concerto di una sera d’estate senza poeta, traduzione di Riccardo Cravero, I narratori delle tavole, Neri Pozza 2015.

Il romanzo racconta dell’amicizia tra  due artisti, Heinrich Vogeler (1872 – 1942), pittore, architetto disegnatore e poeta,  e Rainer Maria Rilke (1875 – 1926),  del loro immediato riconoscersi come spiriti affini e del loro progressivo allontanamento fino al totale rifiuto l’uno dell’altro.

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