Spiaggia settembre del ‘64

stasera vedi staglia il tuo residuo
la minuscola falla da cui passa
l’oceano dei rimbrotti la grancassa
dei debiti e dei saldi l’individuo
che ristagna qui dentro dove grido
il tuo nome senza eco senza che
mi dica me senza mi dica vedo
il luogo dove sto dove io che rido
sto fisso nel sorriso della posa
non ricordando il gesto né il perché
né il come o l’oggi esatto che non posa
e mentre con il tempo il tempo predo
sento la tua distanza nel divieto
che mi ricaccia qui dove rimango
quello che fui per te lungo la falla
da cui passo e ripasso e viene a galla
la colpa stessa per cui canto e piango
come se fossi al fondo della scala
e non sentissi il colpo della pala
che mi fa padre di mio padre e stampo
che mi ricalca tuo senza più scampo

*

Pelle

ci si strofina ovunque, ogni budello
s’adatta, ogni contatto, fino a quando,
sfatta, la pelle va via via sgranando
negli urti, sciolta, come caramello,
no, non è questo il mondo, né poi un quello
esiste, in cui dall’inguine biforchi
l’anima, oppure ai corpi sia la forca
dei furti risparmiata, invece, mai integre,
carni, l’una per l’altra, qui sospinte
vanno, e si toccano, strusciano, sporcano

– Gabriele Frasca, “Lime”, Einaudi, 1995 –

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