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I complimenti a Patrick Modiano per il Nobel per la letteratura sono d’obbligo, come d’obbligo è la premessa che non ne conosco l’opera ( cercherò di colmare questa lacuna, naturalmente), tuttavia alcune considerazioni mi vengono spontanee. Partendo dalla motivazione del premio:

“per l’arte della memoria con cui è riuscito a evocare i più sfuggenti destini umani e ha svelato il mondo dell’occupazione“.

Giusto, giustissimo, eppure la medesima “arte della memoria” , applicata da Modiano alla Francia occupata dai nazisti, la si può ritrovare esercitata nelle opere del kenyota Ngugi wa Thiong’o, in cui il ricorso alla memoria storica e politica del suo paese fa da sostegno all’anelito di libertà di espressione di culture diverse, alla resistenza, attraverso l’uso della propria lingua, alla globalizzazione e al dominio culturale ed economico di un’area geografica su un’altra.

Diverso discorso si potrebbe fare sull’altro favorito in lizza per il premio, il lirico, surreale Haruki Murakami, al quale forse non ha giovato il successo commerciale, o l’ibridazione tra una realtà sociale analizzata sul piano reale e filtrata da personaggi e storie surreali.

Così come non penso abbia giovato alla giornalista bielorussa Svetlana Alexievich, anche lei data per favorita, l’essere stata cronista di un mondo in dissolvimento come l’universo dell’ex unione sovietica, narrando realtà scomode ai vari regimi che si spartiscono quei territori.

Detto questo, avanzo l’ipotesi che, facendo ricadere la scelta sui temi trattati da Modiano e richiamati nella motivazione del premio, nella mente dei giurati del Nobel si sia fatta spazio l’idea di una scelta “politicamente comoda”, andando a scegliere uno scrittore che con “l’arte della memoria” ha dato voce e corpo a personaggi e vicende di un regime ed un tempo storico ormai estinti, privi di insidie politiche, letterarie e culturali.

Non proprio una scelta coraggiosa.

(L’immagine è tratta dal web)

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