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La poesia non è più soggetto, rima, ritmo, sonorità: azione formale. Proiettati sul quotidiano, questi possono essere mezzi senza impiego regolare né registrato, a cui io dò la stessa importanza che al coccodrillo, al minerale ardente, all’erba. Occhio, acqua, bilancia, sole, chilometro e tutto quel che posso concepire come un’unità e che rappresenta un valore suscettibile di diventare umano: la sensibilità. Gli elementi simpatizzano tra di loro, cosi intimamente stretti e davvero compenetrati come gli emisferi del cervello e gli scompartimenti di un transatlantico.

Il ritmo e il trotto delle intonazioni che si percepiscono; c’è un ritmo che non si vede né si sente: irradiazione di un gruppo interno verso la costellazione dell’ordine. Il ritmo, fino ad oggi, è stato il battito di un cuore secco: sonagli di legno marcio e imbottito. Non voglio rinchiudere in un rigido esclusivismo quel che si chiama principio, dove è questione solo di libertà. Ma il poeta sarà severo con la sua opera, per trovare la vera necessità; fioriràda quest’ascetismo, puro ed essenziale, l’ordine. (Bontà senza echi sentimentali, il suo aspetto materiale).

Essere severi e crudeli, puri ed onesti con l’opera che si sta preparando e che verrà introdotta tra gli uomini, nuovi organismi, creazioni che vivono in ossa di luce e nella favolosa espressione dell’azione (REALTÀ).

Il resto, chiamato letteratura, è l’incartamento dell’imbecillità umana per l’informazione dei professori del futuro.

Per fare una poesia dadaista

Prendete un giornale.
Prendete le forbici.
Scegliete nel giornale un articolo della lunghezza che desiderate
per la vostra poesia.
Ritagliate l’articolo.
Ritagliate poi accuratamente ognuna delle parole che compongono
l’articolo e mettetele in un sacco.
Agitate delicatamente.
Tirate poi fuori un ritaglio dopo l’altro disponendoli nell’ordine
in cui sono usciti dal sacco.
Copiate scrupolosamente.
La poesia vi somiglierà.
Ed eccovi divenuto uno scrittore infinitamente originale
e di squisita sensibilità, benché incompresa dal volgo.


(da “Tristan Tzara – Manifesti del dadaismo e Lampisterie – Einaudi, 1990”)

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