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La violoncellista ci consegna la ruggine delle foglie,
l’inquietudine della grandine e i percorsi
dell’alba, la solitudine
che attraversa la strada.

Disegna curve che delimitano le rotte urbane,
il balbettio dei semafori, le finestre chiuse.

Le ciglia fitte annunciano la bellezza
delle periferie, le cifre necessarie.

Le dite s’inerpicano sulle corde e sono ragni
che tessono una ragnatela sonora che c’imprigiona.

Le note diventano vicissitudine che s’incide
nello sguardo fino al limite del bosco.

Apre sentieri profumati, rocce e vento radioso.
Le sue parole sanno di quarzite e di viole,
le consonanti sono chiodi che mostrano
pagine celesti.

Il margine della collina conosce la felicità dei corvi.
La violoncellista conserva il sapore di una festa d’aria.

– Paolo Polvani – 

(Testo ed immagine dal web)

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