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Se leggo un libro che mi gela tutta, così che nessun fuoco possa scaldarmi, so che è poesia. Se mi sento fisicamente come se mi scoperchiassero la testa, so che quella è poesia. E’ l’unico modo che ho di conoscerla. Ce ne sono altri?

– Emily Dickinson –

Poetessa quanto mai originale e sensibile, Emily Dickinson descrive e definisce una maniera di accostarsi alla poesia pressochè ineguagliabile: attraverso le sensazioni e le emozioni che da essa riceviamo.
Quale inizio migliore di questo!
Le parole della Dickinson sono già di per sé poesia, rimandano a sensazioni prettamente fisiche percepite leggendo un libro. Ed è proprio il libro l’oggetto magico, la scatola delle meraviglie che ci spalanca le porte della letteratura. Certo, oggi esiste una letteratura per ogni genere di cose; c’è persino una letteratura delle scritte murali, e quella del volantino pubblicitario e quant’altro ancora. Però, la letteratura non è un mucchio di parole che genera altre parole, si moltiplica e si riproduce: è creazione, rappresentazione della realtà, ricreazione del reale attraverso le forme del racconto, del romanzo, del saggio e della poesia.
La poesia appunto, che ha le proprie forme e non ne ha nessuna. Pensate all’ode, al sonetto, e poi: le terzine, le quartine, i settenari, gli endecasillabi, i versi alessandrini, le assonanze; le rime baciate, alternate, concatenate. Non bisogna lasciarsi ossessionare dalle forme. L’unica metrica che una poesia richiede è quella interiore; la quale scaturisce dalla sensibilità del poeta, dall’educazione che gli è stata impartita, dal suo proprio background culturale.
Non è importante scandire il verso in sillabe o esasperare le rime, più importante è che la poesia esprima il poeta, paralizzi il lettore e lo faccia identificare con l’oggetto della poesia o con il soggetto; deve colpirlo, fulminarlo oppure insinuarsi come un ago sotto la pelle. Spesso invece la forma, un certo manierismo letterario, altera la natura stessa della poesia per diventare una pura convenzione.
Bene, ora uscire da uno schema convenzionale, deliberatamente, è per chi scrive un rischio. L’azzardo di non trovare poi una corresponsione da parte del lettore.
Chiunque scriva è prima stato un lettore, quindi sa benissimo quanto sia importante la forma in una pagina scritta.

 

Ora l’idea è quella di attrarre il lettore, colpirlo. Ma si rischia anche di respingerlo. La percezione di una forma è spontanea, immediata, o mediata dall’educazione.
La forma diviene abitudine; e perciò, presentare un verso in una differente posizione rispetto alla metrica classica può confondere chi legge; spaesare il lettore e spaventarlo. Poiché egli potrebbe sentire di non comprendere un determinato ordine logico. Tutti abbiamo un ordine logico, e nessuno mira a disfarne i principi; si cerca piuttosto di espanderne i confini, varcarne i limiti, sperimentare nuove esperienze.
Walter Pater (1) affermava che, essendo la vita uno scorrere di atti momentanei, dobbiamo coltivare ogni momento nella sua pienezza, cercando quale nostro fine “non i frutti dell’esperienza ma l’esperienza stessa”.

 

 

Scrivere è un modo di rappresentare l’esperienza; scriviamo perché sentiamo, abbiamo provato ciò di cui vogliamo scrivere e gli altri devono saperlo, devono farne come noi l’esperienza. Tuttavia, come ci sono vari tipi di esperienza, esistono diversi generi di narrazione dell’esperienza. In poesia, l’esperienza è spesso destinata a scomparire, oppure essere adombrata dai simboli, dai filtri della mente di chi scrive: può restare quale intuizione, fare da scenario a nuove interpretazioni, ma anche essere rimossa. Nel qual caso non ne rimarrebbe che una pallida traccia nell’inconscio, ma pur pallida questa orma evanescente può ricoprire un ruolo fondamentale nel gioco della creazione.
Le nostre opinioni più salde, la scienza dei fatti che maturiamo all’interno di noi possono rivelare delle crepe: iniziare a cedere sotto il peso di nuove conclusioni o nuove ricerche.
Siamo sempre in dubbio su qualcosa, da sempre e per sempre ci poniamo l’interrogativo: chi siamo? da dove veniamo? dove andiamo? senza però trovare la risposta. E tutta l’esperienza di cui un uomo è capace non ci aiuterà mai a giungere ad una soluzione.
Penso a dei versi di Yeats del 1938, rimasti inediti:

Qual è la spiegazione di tutto ciò?
Com’è che si presenta allo studioso?
Dei nulla che nel nulla turbinano, o magari,
Dei nulla che dal nulla al nulla corrono.

Non si può fare l’esperienza del nulla; però, una volta venuti al mondo iniziamo esattamente da lì, dal non conoscere, a costruire la nostra esperienza che insieme a noi scomparirà con la morte: avremo così compiuto la nostra corsa “dal nulla al nulla”. Ecco, l’esperienza è la nostra dimensione; e tutto si conforma ad essa. Così anche la poesia.
Nel momento in cui componiamo o leggiamo una poesia, questa ci appare nella sua forma. La forma è lo strumento che ci permette di comprendere o non comprendere; sia la forma che è stampata sulla pagina, sia la forma che le parole, il messaggio, assumono nella nostra mente una volta percepiti.
Il poeta Ferlinghetti ebbe a dire di aver usato le forme tipografiche aperte per indicare meglio le pause e le esitazioni del discorso così come le sentiva nelle varie poesie.

Il poeta come un acrobata
si arrampica sul bordo
della corda che s’è costruita
ed equilibrandosi sulle travi degli occhi
sopra un mare di volti
marcia per la sua strada
verso l’altra sponda del giorno
facendo salti mortali
trucchi magici coi piedi
e altri mirabili gesti teatrali
e tutto senza sbagli
ogni cosa
per ciò che forse non esiste (3)

In questo modo, ad esempio. Ora agli occhi di un lettore abituato a fagocitare la vita senza ritmi questi versi diventano:

il poeta come un acrobata s’arrampica
sul bordo della corda che s’è costruita
ed equilibrandosi sulle travi degli occhi
sopra un mare di volti marcia per la sua
strada verso l’altra sponda del giorno
facendo salti mortali trucchi magici
coi piedi e altri mirabili gesti teatrali
e tutto senza sbagli ogni cosa per ciò
che forse non esiste

Agli occhi di un altro, assiduo frequentatore della bibliografia shakespeariana essi si modellano così:

il poeta
come un acrobata
s’arrampica sul bordo
della corda che s’è costruita
ed equilibrandosi sulle travi
degli occhi sopra un mare di volti
marcia per la sua strada
verso l’altra sponda del giorno
facendo salti mortali
trucchi magici coi piedi
e altri mirabili gesti teatrali
e tutto senza sbagli
ogni cosa
per ciò che forse non esiste

Ad occhi più riflessivi, abituati alla ponderazione, tali versi appaiono invece così:

il poeta, come un acrobata,
s’arrampica sul bordo della corda
che s’è costruita; ed equilibrandosi
sulle travi degli occhi, sopra un mare
di volti, marcia per la sua strada
verso l’altra sponda del giorno.
Facendo salti mortali, trucchi
magici coi piedi e altri mirabili
gesti teatrali. E tutto senza sbagli.
Ogni cosa per ciò che, forse, non esiste.

Tuttavia, nonostante la ricomposizione del verso in forme proprie, la poesia può restare oscura, addirittura priva di significato. Poiché non corrisponde al nostro ordine logico e la nostra coscienza ordinatrice non riesce a trarne un messaggio. Allora è necessario rinunciare alla forma, all’ordine logico, ed impossessarsi di uno strumento nuovo, un simbolo chiarificatore.
Nel Dylan Thomas di “Visione e preghiera” è la stessa costruzione tipografica a palesare il simbolo: la prima parte, la visione, suggerisce chiaramente la forma del diamante ( losanga ) e del sesso femminile; uno significante l’eterno, inintaccabile “presente” del tempo, l’altro il mezzo della nascita. La seconda parte è il commento devoto al perpetuo miracolo della speranza: la forma a clessidra ( ancora il tempo ) nasconde anche l’immagine del calice della comunione, del Graal, della coppa che simboleggia tradizionalmente – dal Medioevo in poi – la redenzione.
La forma adottata nello scrivere deve presentarsi sentita: è necessario convincersi che quella è la sola possibile, deve essere la sola indispensabile. Nel nostro approccio con la pagina da scrivere, la forma deve apparirci già lì; a noi non deve rimanere altro che colorirla un po’, riempirne qualche vuoto, tracciarne un omesso chiaroscuro. La forma ed il verso insieme, sono una “epifania”: parola straordinaria come una rivelazione. Il disvelamento improvviso e segreto del significato di un momento passeggero. L’artista non lo inventa né interpreta: lo percepisce. Può essere un sogno o un presentimento lirico, ma è tanto inaspettato se è una bruttura o una volgarità: copule o defecazioni. L’epifania esalta ciò che è comune e conduce naturalmente al monologo interiore, in cui l’essenza di una situazione è apparentemente espressa senza imporre un ordine, e l’epifania è personalizzata.
Il momento vissuto o solamente percepito guardando vivere qualcun altro allora diventa scena e va rappresentato così come appare.
Ancora Ferlinghetti, descrivendo la posa di una statua sul sagrato di una chiesa, mette improvvisamente sulla pagina:

una giovane vergine
molto alta e purissimamente nuda
con capelli di paglia
molto lunghi e aderenti
e vestita solo di un minuscolo
nido d’uccelli
in un punto altamente esistenziale
[che]
passava tra la folla
nel frattempo
e continuò a salire e scendere i gradini
di fronte a San Francesco
gli occhi abbassati
cantando se stessa

Egli sentiva che in quel momento avrebbe voluto vedere esattamente questo, finendo col mescolare sacro e profano. Il mondo dell’anima violato dalla realtà del corpo.
E qui non pare affatto fuori luogo l’accostamento con Yeats; che fu sì alla ricerca dell’anima, senza però dimenticare mai il corpo ed il coinvolgimento dei sensi che esso comportava. La poesia e l’amore erano strettamente correlati nella sua mente: non essere capace di fare l’uno significava non poter fare l’altro; tanto che negli anni ’30 si sottopose al metodo Steinhac (!).
Yeats prese le mosse definendo le passioni “furia e palude delle vene umane” (5), poi passò ad espressioni molto più esplicite quali: “quel diavolo peggiore che mi sta fra le gambe”; oppure, nella sequenza poetica ‘Tre cespugli’, la “verga dell’amante e il batter del suo ariete” e, a coito avvenuto, la descrive “debole come un verme”.
Nelle poesie dedicate a Crazy Jane aveva alluso al “luogo degli escrementi”, nelle ultime poesie parla semplicemente di “culo”.

Sozza testa di capro, braccio brutale appaiono,
Pancia, spalla, culo
Guizzano come pesci: ninfe e satiri
Copulano nella schiuma.

Nell’Inghilterra vittoriana l’accusa sarebbe stata di possedere e recitare poesie immorali…
Ma eravamo partiti da qualcosa la cui lettura ci gelasse tutti, scoperchiasse le nostre teste; ed io aggiungo, ci scuotesse l’anima. Questa ha tuttavia bisogno dei sensi del corpo. Certo, l’anima può mantenere la sua distanza mentre i corpi si congiungono, ma può anche avvenire il contrario. La sensualità ha, può pur sempre avere, una connotazione metafisica; per cui è il corpo a dimostrare il potere dell’anima.
Quindi al di là dei corpi, delle loro sensibilità e sensazioni, esiste un mondo di anime. Spiriti, se preferite la dizione dello stesso Yeats in un altro inedito:

I) La Realtà è una comunità di Spiriti oltre il tempo e lo spazio che si percepiscono l’un l’altro. Ciascuno Spirito è determinato e determina gli Spiriti che percepisce, e ogni Spirito è unico.
II) Quando questi Spiriti si riflettono nel tempo e nello spazio essi si determinano ancora a vicenda, e ciascuno Spirito vede gli altri come pensieri, immagini, oggetti del senso. Tempo e spazio sono irreali. (6)

La mancata percezione del tempo e dello spazio fa parte del nostro processo di interiorizzazione.
Così quando leggiamo o scriviamo poesia dobbiamo porci un interrogativo e darne la risposta:

Queste immagini magistrali in quanto complete
Crebbero nella pura mente, ma donde nacquero?
Un monte di rifiuti, spazzatura della strada,
Vecchie caraffe, vecchie bottiglie, una latta rotta,
Ferri vecchi, ossi, vecchi stracci, la puttana matta
Che sta alla cassa. Ora che non ho più scala
Devo coricarmi dove tutte le scale partono
Nell’immonda rigatteria del cuore. (7)

 

– Pierpaolo Annunziata –

 

(1) Walter Pater, critico e saggista inglese ( 1839-1894 ).

(2) Lawrence Ferlinghetti, Coney Island della mente.

(3) L. Ferlinghetti, Coney Island della mente. Il corsivo è mio.
(5) W.B. Yeats, Bisanzio.

(6) W.B. Yeats, Sette proposizioni.

(7) W.B. Yeats, La diserzione degli animali del circo.

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