Tag

Immagine

1
Ascolta la Ciociaria, amico.
Tu fuggitivo per strade forestiere
che vanno sempre altrove, ascolta
nella conchiglia remota del mio cielo,
nella lagrima che goccia dal suo frutto,
nel volo d’una foglia che t’arresta
al confine d’un bosco avventuroso,
ascolta la Ciociaria alle sorgenti.

2
Dovresti ascoltare la Ciociaria
alle rive del Sacco,
una notte a Ceprano,
nel galoppo del vento a Collepardo,
dentro la pioggia che intona Guarcino,
nell’inno santissimo a Vallepietra:
dovresti ascoltare gli arcani torrenti
franare alle radici di Amaseno,
messi in musica da qualche mandolino.

3
Dovresti sapere la Ciociaria
se hai studiato botanica e geologia:
certi ulivi e cipressi maremmani,
delle querce un perenne capriccio
e le montagne fanno monumenti.
l’arancio novello e armenti di vigne
e io dico un’erba che è cilestrina
negli occhi di donna a Vallecorsa.

4
Spesso non s’incontra la Cioriaria,
da una rondine non l’hai intesa. lodare,
dalla rocca non l’hai vista a Paliano
e per le acque del Cosa non sei passato,
alla svolta di Veroli, in una via di Ripi:
non conosci Maenza, non sai Ferentino,
non sei stato a Boville, non abitasti a Pofi,
sulla piazza di Anagni non ti sei fermato.

5
Tu non conosci la donna ciociara
stretta al busto da lacci mordenti,
il suo Passo che musica i fianchi
allunga la strada, accorcia il respiro
di chi la vede la prima volta:
la sua veste che freme gentile
cela una fratta rovente di spine,
brucia la mano chi tocca la rosa.

6
La gente frettolosa non può capire
se non ha bevuto il tuo elisire:
o Ciociaria colore di prugna,
sospiro di menta, sapore d’uva,
che nelle valli ti vanti dei castani
e parli col nitrito dei polledri:
gli ori delle chiese, il grano nelle case
sono i cimeli delle tue guerre.

7
Ciociaria, o mia bianca giovenea,
ovunque mi segui col tuo respiro,
sempre cercata e sempre assente
come l’aurora e come la stella
nei territori di nostalgia:
anche il piacere, anche il dolore
sono i tuoi detti come l’amore
che fa il destino di chi ti perde.

8
La tua storia non rammenta che pastori
guerrieri, idoli stanchi di rinascere
sulle macerie dei predoni e il pianto
svena ancora la tua gente calorosa
che messa all’incanto dalla fame
in porti stranieri vende le braccia
d’un padre, i pensieri del figlio che cresce
e l’amara stirpe continua a partire.

9
Allegre contrade che in groppa ai bufali
m’inseguite nei campi di Sonnino,
e sempre l’ultima volta se v’incontro
e ricomincia la curva del passato.
Mi sfiori il passero acerbo dell’anno
e venga quel pioppo, un nome gli davo,
mi saluti a una porta la sciarpa di fumo,
il cocente delirio degli organetti.

10
O Ciociaria, mio racconto d’inverno,
non sono i tuoi occhi quelli dell’alba
che vedo in finestra e quando mi sveglio
all’orizzonte la tua luce non trovo.
Un tuo paesaggio è letta di pane
da mangiare nella stanza cittadina
e chi m’attende è una donna di pelle fina,
l’amata che si chiama Ciociaria.

11
Chitarra, che vuoi, chitarra mia,
da quella collina che ci fa bandiera?
Potrei essere un albero tuo di fico
che sempre ronza nel tuo odore
di capra, la fiamma che s’avventa
disperata alle serve del tuo agosto,
la colomba che corre incontro al falco,
come l’insegna della tua follia.

12
Tu, ciociaro, che fai rissa la domenica
nei cortili fumanti di passione,
per uno sguardo che s’apre a coltello
ti giochi a morra un bicchiere di fiele:
non sei Caino e non diventi Abele,
ma sulla pietra la giustizia scrivi
nella tua lingua di stornello antico
la pace è un tuo segreto delicato.

13
Le tue fisarmoniche festaiole
e il lungo grido che accende la stizza,
il saltarello con calze rosse
pizzica gambe al girotondo,
sciogli la cinta e il fazzolettone
è scaltro il ballo a Frosínone:
occhio per occhio, fai ruota e ventaglio,
e beviti il sonno nel vino del Piglio.

14
O miei Lepini, Ausoni miei,
o Lepini amanti degli Ausoni,
voi mi fate la bella cordigliera:
cavallo bianco e cavalla nera
che sì rincorrono dentro il mio cuore,
non basta il mio canto a farvi criniera,
l’aquila non vi serve per essere monti
e più lontano dell’aquila è il vostro regno.

15
Chi vi disse Lepini scoprì le fonti
tra merletti di roccia e gli alveari
di ginestre che nutrono le cime
e voi a bere venite acqua lepina,
irose mandre degli Ausoni miei.
Ma tu, polline, rifletti prima di perderti
in altre siepi e in zolle straniere,
non dare un frutto se non sei in Ciociaria.

16
Dimmi la strada, dimmi, voluttuosa
collina che dentro il fiume ti riposi.
Dimmi, noce. Arancio, dimmi una parola:
sono venuto a parlare con voi
che sempre in sonno m’interrogate:
orti dove la mia traccia è sempre verde,
velluto rosa del tetto di casa,
ombra vagabonda dei miei paesi.

17
Monte Siserno mio, monte Siserno,
conosco io solo quella tua cisterna
nascosta nelle macchie del tuo tufo:
ci si abbevera il lupo della luna,
il monachicchio dalla borsa d’oro
che ricco vuol fare un passeggero.
Monte Siserno mio, tieni una pena
da quell’ora di giugno che ricordi.

18
Se vai a Fumone cogli il girasole
che segnò il tempo a secoli di fame
è un Mississipì da ragazzi quel Cosa
che vuol morire ai piedi di Ceccano.
Andiamo in coro sino al Morolo
per vedere i sassi di Supino,
Per saltare daIl’uno all’altro ponte,
per avere un giorno ancora ciociaro.

19
Con la canzonetta raminga dei fringuelli
maturiamo, ciliegi, per le vespe
che assediano gli antichi cimiteri
e non c’inviti la,volpe di Prossedi:
ma se un teschio ci aspetta alla croce
d’un bivio famoso beviamo l’aceto
e non dimentichiamo che la morte,
veste da frate alle porte di Cassino.

20
Alla Tomacella, notturna prateria,
d’un bosco ricordo il triste bivacco,
vidi il castello dell’ombra e la paura
d’un gregge sperso per le Quattro Strade,
dove il Sud sconfina cauto nel Nord
e s’offre delicato l’Ovest all’Est
per far l’Oriente più caldo dell’agnello
appena nato negli orti di Priverno.

21
Vanno a Settefrati e sono di Sora,
vengono da Torrice e tornano a Pico,
come le spole fanno tela per nozze.
Ci vuole comare per andare a Canneto,
per far da compare basta una mano
e prendiamoci un toro di Roccasecca
che arriva a Giuliano col suo fiato,
ci dica San Sossio il nostro peccato.

22
Non so se di notte o di giorno,
poteva essere agosto o gennaio,
forse nell’ora che all’infanzia piace,
alla fontana di Patrica ho bevuto.
Ero un ragazzo che andò soldato
per esser nemico a chi non t’ascolta:
della tua corona volevo essere fiore,
c’è sempre un altro più fiore di me.

23
Per me il sole tramonta ogni sera
dietro monte Calciano e sale nuova
la luna sui ponti azzurri del Liri,
ma viene dal Sacco ogni mia stagione.
Non un vento mi carezza la guancia
che non porti il saluto di Cacume,
ma senza il profumo di Montarcano
non c’è un albero che voglia stormire.

24
Vendichiamoci di tanto silenzio
con una sentenza di trombe ciocare,
noi andiamo a chieder luce ai pini
che parlano greco lungo il Circeo.
Può essere Ulisse quel vecchio scalpellino,
quel triste barocciaio è proprio Ulisse:
stavolta Circe si chiama Paolina
che butta garofani ai suoi compari.

25
Ho fretta, Alatti. Scusami, Arnara.
Ho un appuntamento coi caproni
di Sezze più lucenti d’un pianeta:
ma non m’invogli lo scacciapensieri
di Cori e m’aiuti un papavero
a fare la via di Genazzano,
me ne vado a comprare cocomeri
che odorano di donna a Bassiano.

26
Non voglio nominarti, Fondi,
sole non voglio darti d’autunno,
lasciami andare, verrà il tuo turno
d’essere Ianciata come mongolfiera
nel giorno degli Ausoni sui Lepini:
il più storto tra i rami d’arancio,
sono il tuo segreto melangolo
e non avrò miele da ricordarti.

27
Che diranno gli altri cento tuoi paesi?
Me li porto legati nel fazzoletto
che a marzo appendo a un ramo di pesco:
c’è un tordo tuo in ogni mia tasca,
sulle mie labbra il fiato scorre fresco
del tuo latte e nel mio orecchio stride
dolce un carretto delle tue contrade
che vanno nell’ombra dei miei sentieri.

28
Ma ci sono le tue piazze, Ciociaria,
che non fanno proverbio e diceria
e sono molti che vanno a raccontarle
dove la gente dice che t’ignora.
Non importa che a te manchi l’alloro,
c’è sempre un gallo che ai confini t’onora,
c’è una vena che comincia a pullulare
di pensieri nell’onda dei tuoi prati.

29
Fossi stato un seme tuo di grano
quando scegliesti i luoghi del mio giorno,
il fatuo aprile dei tuoi ruscelli,
d’estate la tua nube favolosa.
ma la lepre inseguita, Ciociaria,
dal cacciatore che fiuta le sue peste,
ha trovato una tana tra i canneti
che nascondono inquieti il mio lamento.

30
0 mia voce deserta, Ciociaria,
conservami un sasso delle, tue colline
se non torno e nell’acqua avara
dei tuoi fossi cerca l’immagine mia.
Non io scriverò la tua lode,
la mia così breve dirà il vento
d’inverno nelle grotte dei tuoi monti,
forse una foglia la ripeterà.

– Libero De Libero –

(da Scempio e lusinga (1950-1956), Arnoldo Mondadori Editore 1972)

Annunci