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Rima palpebralis

Molto sottrae il sonno alla vita.
L’opera sospinta al margine del giorno
scivola lenta nel silenzio.
La mente sottratta a se stessa
si ricopre di palpebre.
E il sonno si allarga nel sonno
come un secondo corpo intollerabile.

Ammirevole è la vita delle cose.
Nulla trapela dai loro gesti
impassibili, presagiti e scelti
come unica e costante idea.
Sono sacerdoti assorti
che occupano questa sala
per un misterioso capitolo.

Prima dell’ultima curva del giorno
colgo delle parole con cui dormire:
nella sera esse riprendono
le vesti pesanti e accorte.
Il loro andare è misurato
e come mattoni allineati s’incastonano
nella bianca calce della pagina.
È un muro che scende dall’alto
il lento trascorrere del segno.
Non c’è finestra o spiraglio
ma preziosa e gremita
cura del fitto unire.
Vorrei fosse un’unica figura
la gemma che ancora dura e chiusa
il giardiniere stacca e si regala.

Preferisco venire dal silenzio
per parlare. Preparare la parola
con cura, perché arrivi alla sua sponda
scivolando sommessa come una barca,
mentre la scia del pensiero
ne disegna la curva.
La scrittura è una morte serena:
il mondo diventato luminoso si allarga
e brucia per sempre un suo angolo.

Così si percorre la vita,
con l’ansia del commensale
tra portate che non arrivano.
Si mangia molto pane e si beve,
molto si conversa di favolosi cibi,
universi d’origano, foreste
d’inauditi sapori. È già tardi
e sul limitare del pasto
in un deserto di molliche dalle segrete forme
(e questo è un piede sinistro, si vede),
la nera morte araba ci congeda.

Questa piazza è un orologio vasto
una macchina accordata
che si misura lenta nel tempo.
È un bosco pietrificato,
una scogliera,
la meridiana muta della mente.

Essere matita è segreta ambizione.
Bruciare sulla carta lentamente
e nella carta restare
in altra nuova forma suscitato.
Diventare così da carne segno,
da strumento ossatura
esile del pensiero.
Ma questa dolce
eclissi della materia
non sempre è concessa.
C’è chi tramonta solo col suo corpo:
allora più doloroso ne è il distacco.

Domani mattina mi farò una doccia
nient’altro è certo che questo.
Un futuro d’acqua e di talco
in cui non succederà nulla e nessuno
busserà a questa porta. Il fiume
obliquo correrà tra i vapori ed io
come un eremita siederò
sotto la pioggia tiepida,
ma né miraggi né tentazioni
traverseranno lo specchio opaco.
Immobile e silenzioso, percorso
da infiniti ruscelli,
starò nella corrente
come un tronco o un cavallo morto,
e finirò incagliato nei pensieri
lungo il delta solitario dello spirito
intricato come il sesso di una donna.

Dieci poesie scritte in un mese
non è molto anche se questa
sarebbe l’undicesima.
Neanche i temi poi sono diversi
anzi c’è un solo tema
ed ha per tema il tema, come adesso.
Questo per dire quanto
resta di qua della pagina
e bussa e non può entrare,
e non deve. La scrittura
non è specchio, piuttosto
il vetro zigrinato delle docce,
dove il corpo si sgretola
e solo la sua ombra traspare
incerta ma reale.
E non si riconosce chi si lava
ma soltanto il suo gesto.
Perciò che importa
vedere dietro la filigrana,
se io sono il falsario
e solo la filigrana è il mio lavoro.

La penna non dovrebbe mai lasciare
la mano di chi scrive.
Ormai ne è un osso, un dito.
Come un dito gratta, afferra ed indica.
È un ramo del pensiero
e dà i suoi frutti:
offre riparo ed ombra.

A quest’ora l’occhio
rientra in se stesso.
Il corpo vorrebbe chiudersi nel cervello
per dormire.
Tutte le membra rincasano:
è tardi. E queste due ragazze
sul sedile del treno
s’inclinano col sonno nella testa
stordite dal riposo.
Sono animali al pascolo.

L’esperienza c’insegna che ogni idea
s’accompagna a un’idea
nel corso ordinario delle cose,
e che quindi poter prevedere
dà regola alle nostre azioni
secondo le necessità della vita.
Altrimenti sarebbe il dubbio,
non saper nulla in modo
che ci desse o levasse
il dolore dei sensi.
E ogni mezzo conduce
ad un suo risultato
secondo leggi stabilite di natura.
E senza, saremmo incerti e confusi
né un adulto saprebbe vivere
meglio d’un bambino appena nato.
Tuttavia questa meccanica uniforme
che indica la saggezza dello spirito
non guida verso lui la nostra mente
che vaga in cerca d’altre ragioni.

Ogni sera chino sul chiaro
orto delle pagine,
colgo i frutti del giorno
e li raduno. Allineati
su filari paralleli corrono i pensieri,
tracce di accorti innesti.
La mia vita è legata
al frugale raccolto,
il suo consumo è quotidiano, dimesso.
Nessuna logica è nel prendere
i fiori o i frutti secchi. L’unica,
e può bastare, è in questa secrezione
spontanea e vegetale dell’idea.
Lenta commozione della terra
che turbata la concepisce. O la cucina
per il suo disadorno commensale.

Secondo le stagioni
il torrente del segno
attraversa questi fogli.
Ora è secco e gracile
e l’acqua silenziosa;
poi scuro e gonfio
trascinerà con sé
sassi e strane radici bianche.
Ignoro cosa governi l’interna
commozione della corrente
ed i suoi ritmi. Così non posso,
come un antico agricoltore
attendere l’ora della piena,
né provocarla. Ma voglio un giorno
distendermi nella pagina e dormire,
e diventare la mia stessa reliquia.

Questa ragazza si sottrae ad ogni gesto
ed è cieca ai miei inganni, né può
scorgere il filo del mio parlare,
né inciamparvi. Attraversa ogni trama
senza nemmeno sapere a cosa si sottrae,
o forse proprio questo incurante sostare
le dona prodigiosa incolumità. Così,
mi sento quasi una terra abbandonata,
su cui di sera quietamente passeggiano
uomini ed animali; e questa donna
cresce dentro di me, dolorosa
come un uccello vivo nel torace.
Paziente dovrò aspettare
la lenta espunzione di questo corpo estraneo,
che varcando l’orizzonte dei sensi
lascerà di sé solo
la sottile firma d’una cicatrice.

Stasera mi sono visto nello specchio,
con una canottiera bianca
e la barba lunga delle malattie.
Ma avevo ancora attraversato il dolore,
e la carne era fresca
e tutto il dubbio dissolto.
Avevo doppiato una stagione di sconforti.
Appena girato lo scafo,
coperti dal promontorio grigio,
il vento cade di colpo
e l’impeto si quieta
e stupisce del suo esaurirsi.
Così il marinaio è salvo.

Questo studio è in realtà soltanto
una paziente meteorologia dell’uomo.
Accorta analisi delle maree del pensiero
e delle mutazioni della carne,
che come un pianeta silenzioso lo attrae.
Calcolo delle correnti e dei venti,
dei climi e delle oblique
isobare dello spirito; stesura
delle effemeridi corporali.
Osservatorio appartato d’ogni variazione
che la mente proietta sul cielo del cranio.
Ma in tutto questo ancora
non riesco a prevedere
il passaggio delle comete e delle donne.

Io abito il mio cervello
come un tranquillo possidente le sue terre.
Per tutto il giorno il mio lavoro
è nel farle fruttare,
il mio frutto nel farle lavorare.
E prima di dormire
mi affaccio a guardarle
con il pudore dell’uomo
per la sua immagine.
Il mio cervello abita in me
come un tranquillo possidente le sue terre.

Foglio bianco
come la cornea d’un occhio.
Io m’appresto a ricamarvi
un’iride e nell’iride incidere
il profondo gorgo della retina.
Lo sguardo allora
germinerà dalla pagina
e s’aprirà una vertigine
in questo quadernetto giallo.

È specialmente nel pianto
che l’anima manifesta
la sua presenza
e per una segreta compressione
tramuta in acqua il dolore.
La prima gemmazione dello spirito
è dunque nella lacrima,
parola trasparente e lenta.
Secondo questa elementare alchimia
veramente il pensiero si fa sostanza
come una pietra o un braccio.
E non c’è turbamento nel liquido,
ma solo minerale
sconforto della materia.

La porta si chiude modulando
nei cardini il suono del corno.
È il canto della notte
l’armonia che giaceva
ignorata nel legno.
Chiunque passando provoca
la musica sepolta, che ogni volta
riaffiora diseguale.
Forse un linguaggio ne governa
i termini e le misure, forse il caso.
Il discreto disegno
della ruggine e dell’acqua
narra la segreta epopea della soglia.

Il paese del sonno d’estate si allarga.
Le sue acque riflettono
in onde lente ogni gesto.
Sulle sponde sussurrano parole
come erba, mentre in alto trascorrono
le costellazioni dei nostri morti.
Ruota la mente nel cardine della notte;
il ricordo si moltiplica nello spirito
come gli anelli nel tronco degli alberi.

S’introduce a volte nel pensiero
come nell’acqua, un riflesso
che l’attraversa e ne misura il fondale.
È un occhio che si apre
dentro le lucide onde e vi affonda.
La linea si distende e la luce
discendendo si quieta.
La mente torna allora a chiudersi
nello sforzo verticale e profondo
della ferita e del gorgo.

Il miracolo del riposo torna a compiersi,
l’accorto depositarsi delle gambe,
la cura della stanchezza che sparpaglia
le membra a terra, in gesti sigillati.
È il teatro metafisico del letto
che nasconde assorti bassorilievi:
un uomo corre e una donna alza la mano
per salutare il passante d’un sogno.
Nelle regioni della notte si snoda
la complessa meccanica dell’abbandono.
È una danza rituale che unisce
i termini del sonno, è il sonno stesso
in cui la carne diventa idea.
Ora la solitudine del braccio
si fa parola, nella linea
tracciata lungo il letto come un sentiero.
Così, secondo un ritmo vegetale
si alterna la respirazione della vita
e nel silenzio della mente
le sue radici di ossa cantano,
e nell’oscurità dell’occhio
la mano diventa pupilla.

Ho finalmente imparato
a leggere la viva
costellazione delle donne
e degli uomini le linee
che uniscono tra loro le figure.
E ora m’accorgo dei cenni
che legano il disordine del cielo.
In questa volta disegnata dal pensiero
distinguo la rotazione della luce
e l’oscillare dei segni.
Così si chiude il giorno
mentre passeggio
nel silenzioso orto degli sguardi.

Su questo cielo d’estate
passano ormai poche nuvole,
lembi d’un temporale lontano.
La lenta carovana attraversa
lo spazio in silenzio e si dissolve
senza toccare l’arco dell’orizzonte.
Nessuna forma ormai colma
l’enorme conca.
Quando l’aria era fredda
immense regnavano statue
sospese sulla terra, e vagavano
come divinità mute,
e partorivano l’ombra.
L’intera volta era istoriata
di dolore e di calma:
gli uomini attendevano la pioggia.
Ora la pagina è tornata chiara,
e la luce ha sbiadito
le ultime tracce della notte.

Il cervello è il cuore delle immagini,
il suo orizzonte la curva
rigida dell’occipite.
E tutto ciò che vive
è nello spirito. Nel suo cerchio
silenzioso stanno il cielo,
gli uomini e se stesso.

Se io venissi a mancare a me stesso,
è questo il mio turbamento.
Temo d’evaporare a poco a poco,
di perdermi nelle fessure del giorno
dimenticando così il mio pensiero.
A volte mi scopro nel silenzio
delle cose che ho intorno,
oggetto tra gli oggetti,
popolato di oggetti.
Dunque il dolore è metamorfosi
e le sue cause si susseguono
non viste mostrandosi
per quello che non sono.
Questo anzi è il primo dolore.
Gli occhiali allora andrebbero portati
tra l’occhio ed il cervello,
perché è là, tra boscaglie
e piantagioni di nervi
l’errore dello sguardo.
Qui si smarrisce la vista
e nel suo andare alla mente
si corrompe e tramonta.
Come se traversando
pagasse ad ogni passo
il pedaggio del corpo.

Il corpo è chiuso come una muraglia,
è come un pozzo immerso nella carne
che non giunge ad avere
impressione di sé.
E le sue membra stanno
mute e cieco e fermo
nella gamba riposa il ginocchio.
Ma nella testa s’apre
l’alba del mondo:
l’osso si allarga, accoglie
dentro di sé lo sguardo.
Dolcemente si compie
il paziente travaso del vedere,
acquedotto di chiarore, strada
che porta l’essere a se stesso.
E nella radura della fronte
il portale del ciglio ha la sua luce.

Ho la mente coltivata
come una piantagione.
A seconda del seme
il suolo si colora
e come nella lingua
ogni zona ha un sapore.
Il mio pensiero è una terrazza
aperta su me stesso.
O forse è solamente l’impressione
dei sensi che confonde
come fanno le dita accavallate
una cosa con due.

Sto rifacendo la punta al pensiero,
come se il filo fosse logoro
e il segno divenuto opaco.
Gli occhi si consumano come matite
e la sera disegnano sul cervello
figure appena sgrossate e confuse.
Le immagini oscillano e il tratto si fa incerto,
gli oggetti si nascondono:
è come se parlassero per enigmi continui
ed ogni sguardo obbligasse
la mente a tradurre.
La miopia si fa quindi poesia,
dovendosi avvicinare al mondo
per separarlo dalla luce.
Anche il tempo subisce questo rallentamento:
i gesti si perdono, i saluti non vengono colti.
L’unica cosa che si profila nitida
è la prodigiosa difficoltà della visione.

Dietro queste immagini che lampeggiano
sul foglio c’è una regola,
un punto geografico del mio osservare,
una gradazione delle diottrie mentali,
un’impronta digitale,
dietro questa mia lingua
c’è una popolazione del cervello.
Dietro di me ci sono io, bifronte,
curvo sullo specchio del pensiero.

Un tempo si portava sulla pagina
il giorno trascorso, adesso invece
si parla solamente del parlare.
Come se nel tragitto
dall’impressione alla carta
si fosse dischiusa una vertigine.
Dunque passando
dall’una all’altra sponda
tutte le mercanzie vanno perdute
e il viaggiatore
dimenticato il viaggio
sa narrare soltanto del pericolo corso.

Non ho un bicchiere d’acqua
sopra il letto:
ho questo quaderno.
A volte ci segno parole nel buio
e il giorno che segue le trova
deformate dalla luce e mute.
Sono oggetti notturni
posati ad asciugare,
che nel sole s’incrinano
e scoppiano. Restano pezzi sparsi,
povere ceramiche del sonno
che colmano la pagina.
È il cimitero del pensiero
che si raccoglie tra le mie mani.

Questo quaderno è il mio scudo,
trincea, periscopio, feritoia.
Guardo da una stanza buia nella luce;
non visto vedo, vergognosa scienza della spia.
Assegno che ad ogni riga cresce,
miracolo dei pani moltiplicati,
libro mastro di perdite e guadagni
nel lungo arco dei commerci umani.
Superficie di carne su cui gratto
prima di prender sonno, e che carezzo
come un piede
dopo il cammino del giorno.

Anche questo quaderno
sta per tramontare,
l’ultima pagina svanisce,
si confondono le righe nel buio.
Io resto prigioniero
mentre tra me
e il cielo della carta
continueranno a correre
le sbarre dell’inchiostro.
Solo di questa interminabile
cattività so scrivere
e scrivendo infittisce
la trama del mio carcere.
Su questo foglio ingenuamente si mima
la muta segregazione dello spirito.

Scivola la penna
verso l’inguine della pagina,
ed in silenzio si raccoglie la scrittura.
Questo foglio ha i confini geometrici
di uno stato africano, in cui dispongo
i filari paralleli delle dune.
Ormai sto disegnando
mentre racconto ciò
che raccontando si profila.
È come se una nube
arrivasse ad avere
forma di nube.

Così il corpo non si perde
in una variazione infinita,
ma conserva la sua forma devota
che non muta e attraversa
identica a se stessa
tutte le proprie età.
E nel confuso accavallarsi del pensiero,
nel doloroso disordine del tempo,
attorno al suo asse si compiono
le stagioni della nostra carne.

Scrivere adesso, di notte,
è l’ultimo gesto prima d’immergermi
nell’alveo del sonno. Solo il viso
naviga come una prua
sulle coperte e beccheggia
ed è l’ultima parte
d’una nave che affonda.
Col logoro filo del giorno
disegno queste parole
preparando la mia resurrezione.
Dopo, disteso nell’urna del lenzuolo,
raccolto come un penitente
scenderò nell’inferno del silenzio.

C’è un momento in cui il corpo
si raccoglie nel respiro
e il pensiero si sospende ed esita.
Anche le cose
commosse dalla luna
subiscono il sospiro delle maree
o delle flessioni dolci dell’eclisse.
E il legno delle barche
si gonfia nell’acqua delicato.

È tempo adesso che cominci
il pellegrinaggio serale del pensiero.
Raccolto ad ogni angolo del corpo
si disponga di nuovo sulla pagina
secondo la lenta oscillazione della mano.
Questa è la muta
taumaturgia del gesto
che assolvendo il giorno lo dissolve.
Io scruto le parole come dadi
o bestie sacrificali o uccelli,
e ne consulto l’intreccio
e ne misuro l’andare
nel cielo del cervello.
È come chiedere
ed augurare il nome
ad ogni notte.

Questa carta è per me prima del sonno
l’incarnazione del corpo
nel velo del pane.
Comunione e consunzione
dell’ultima parola.
Come se ogni sera
lasciassi sopra il letto
una lapide quotidiana,
l’emblema per conoscere chi dorme.

Questa cucina è una natura morta con cuoco.
È lui che dà morte alla natura.
Nell’odorato mondo delle erbe
egli distribuisce la parola.

La variazione della parola
fa scivolare il pensiero
lungo la pagina.
Come uno spettro luminoso
il verbo lentamente muta
e trascolora.
Sono innesti graduali,
ogni segno conosce
un’alba ed una sera.
A volte muoiono
popoli di vocaboli
secondo le carestie
silenziose della mente.
Capita anche che giungano sul foglio
nomi improvvisi, nomadi
che vagano qualche tempo
prima di ripartire.
Io osservo tutto questo
perché sono il custode del quaderno
e prima della notte faccio il giro
per chiuderne le porte.

Ecco la lunga palpebra della donna,
il sopracciglio vasto che attraversa
il pensiero dopo la pioggia
e lo illumina. Il suo arco
misura nel silenzio la sera
percorrendo assorto
la chiarità curva del cielo.
Questa è l’ultima porta
d’un antico acquedotto di sguardi.

– Valerio Magrelli –

(da Ora serrata retinae, Feltrinelli, 1981)

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